Essere tornato in Cina mi ha permesso di ampliare di molto la mia personale visione del basket cinese. L’ultima volta che ho parlato delle mie esperienze cestistiche in Cina (link) mi riferivo unicamente al basket da playground di Pechino, mentre scrivo questi racconti sono pienamente consapevole di contraddirmi con quanto detto in altre occasioni. Con ciò, spero di darvi al meglio l’idea delle varietà che questo splendido paese offre.
Al primo giorno in Cina mi ritrovo incaricato ad organizzare la squadra di basket dello stabilimento dove “lavoro”. Causa freddo polare sono costretto ad aspettare almeno un mese prima di mettere piede in campo, dato che il campo è all’aperto (interno allo stabilimento, ogni singola fabbrica qui ha un campo da basket). Ci sono dieci operai che giochicchiano con un pallone della Spalding, mi vedono arrivare e mi propongono immediatamente di giocare con loro. Penso sia utile innanzitutto giocare una partitina 5 contro 5 per testare il livello (balle, non ho la faccia tosta di arrivare lì per la prima volta e dire “Ciao a tutti, da questo momento sono il vostro allenatore. Tre file sotto canestro palla al centro treccia andata e ritorno”).
Noto subito un bel manzo tra gli altri, metro e novanta, fisico atletico. Me lo appioppano come uomo da marcare dato che sono l’unico presente oltre il metro e ottantacinque. Ed eccolo che subito mi fa il culo. Ha un’agilità che mi risulta sconvolgente per l’altezza, buon palleggio, buoni movimenti e un gran tiro da tre. . Notevole. Facendo un paragone azzardato con il mio livello, lo stanzio più o meno in una serie C2 italiana Scoprirò più tardi che ha trent’anni e che peraltro lavora nel settore più faticoso dell’azienda. Ha giocato in nelle varie squadre scolastiche e poi in quelle aziendali. Mi consola il fatto di essere l’unico tra i giocatori a riuscire quantomeno a limitarlo. Poi però la palla mi finisce in mano e capisco subito la sinfonia: è pur sempre un playground, la difesa è un optional, anche per lui.
Giochiamo un’oretta e vedo che tranne tre - quattro elementi il livello è piuttosto basso, ma pur sempre migliore dei playground pechinesi. Un’oretta di gioco che mi basta a passare le due settimane successive in preda a raptus di tosse e naso permanentemente colante, niente basket per altre due settimane.
Quando riprendo a giocare, proseguo con l’intento di non impormi come allenatore e per altre tre settimane giochiamo ogni giorno (nel dopo lavoro), il più delle volte a metà campo. Sono contento di vedere che comunque il gioco è abbastanza organizzato e non si finisce a giocare 6 contro 6 con tutti dentro l’area. Nel frattempo il lungagnone (Jiage, il nome) continua a battermi ogni volta, nonostante tutta la buona volontà che ci metto, e riesce a segnare da 3 anche quando si alza il vento.
Ecco che martedì vengo invitato (proprio da Jiage) ad andare a giocare con loro in un campo fuori città. Da come la cosa mi è stata presentata pensavo si andasse a giocare in un palazzetto, e invece vengo accompagnato nel campetto di un villaggio fuori città. Sono sconvolto quando arrivo nel posto: il villaggio è abbastanza ricco e il sindaco è un amante del basket, così ha fatto costruire questo campetto all’aperto con illuminazione e canestri di qualità. È da notare come ogni villaggio, ogni stabilimento abbia un proprio campo da basket, mentre in tutta la città c’è solo un campo da calcio. Anche se forse la nazionale cinese non è ancora a livello delle nazionali europee, va detto che il livello del cinese medio è molto più alto del livello dell’italiano medio (che reputa i passi una cosa spiacevole del basket).
Sapendo che è arrivato lo straniero nel villaggio, la compagnia di tredicenni del posto corre subito al campo portando pure un conta punti. In poco tempo viene arrangiato un triangolare tra la squadra del nostro stabilimento, la squadra del villaggio e una squadra di amici da fuori. Potendo fare una selezione il livello si alza sensibilmente e le altre squadre cominciano a schierare almeno due giocatori sopra il metro e novanta per squadra (nessuno di eccezionalmente alto comunque). Tra gli altri sbuca il tipico personaggio subito distinguibile come “questo sa giocare e mi sa anche che allena”, che poi si rivelerà essere il Jason Williams del posto, l’unico vero giocatore del gruppo ad essere più basso di un metro e novanta. Precisazione dovuta dato che ho la netta impressione che se non sei alto o non hai doti atletiche particolari non ti venga concesso un posto nella squadra del liceo e quindi non impari a giocare se non per conto tuo.
Non avendo Jiage da difendere riesco ad esprimermi al meglio, dando probabilmente l’impressione di essere più forte di quello che sono in realtà. Il giorno dopo infatti mi verrà proposto di giocare per la squadra di un altro stabilimento (in cui gioca anche Jiage) nel torneo cittadino, ma questa è un’altra storia…
Torniamo al triangolare: lo vinciamo senza affanni grazie al fatto che la nostra squadra ha almeno due giocatori che corrono avanti e indietro anziché passeggiare (unica vera pecca nel sistema di gioco in questo triangolare, la corsa tra difesa e attacco non è prevista).
Finito il tutto, l’uomo che ha organizzato l’incontro al campetto invita tutti a mangiare al suo ristorante, dove comincia la mia vera iniziazione alla cena in stile cinese. Finisce in una competizione (molto patriottica) tra il padrone del ristorante e lo straniero a chi ha bevuto più birra, tralasciando i bachi di seta fritti e i testicoli di montone allo spiedo – nel mezzo di una cena comunque straordinaria – e tralasciando il dopo cena, diciamo così, poco cestistico.
domenica 23 maggio 2010
mercoledì 10 marzo 2010
The Beast of Middle-East
Questa settimana Basket a mandorla si sposta verso ovest per raccontare la storia di Arsalan Kazemi, il primo giocatore iraniano a giocare nella div. 1 del college USA.
Arsalan arriva negli USA nel 2008 grazie alla pubblicità del libanese Anthony Ibrahim (che di solito sponsorizza giocatori del Libano tra gli allenatori di college). Ibrahim infatti mostra i video di Kazemi a vari allenatori di college che lo giudicano decisamente un giocatore da division 1, ma essende del ’90, Kazemi non è ancora in età da college, quindi frequenta per un anno la Patterson High School dove incontra Ahmad Ibrahim (due anni più giovane), stella nascente del basket libanese ora a Mountain State Academy.
A luglio 2009 Kazemi partecipa ai mondiali under 19 in Nuova Zelanda con la sua nazionale, la competizione non va bene per la compagine iraniana che chiude quindicesima col triste record di una vittoria e quattro sconfitte, ma Kazemi (2 metri e 1 per 102 kilogrammi) si mette in mostra con le sue doti di all-around e come miglior realizzatore per l’Iran. A novembre accetta la chiamata di Rice University di Houston, rifiutando le offerte di Maryland e Oklahoma State tra le altre.
Non è subito amore tra Kazemi e i tifosi di Rice: alla prima apparizione sul parquet viene accolto con il totale silenzio del Tudor Fieldhouse, vista anche l’aria che tira tra Iran e USA. Dispute politiche che anche a lui hanno creato non pochi problemi, dovendo addirittura ricorrere all’aiuto di Bill Clinton in un’occasione.
Ma col tempo, come nelle migliori storie sportive firmate Disney, Kazemi conquista l’affetto dei fans, grazie soprattutto alle sue prestazioni in campo. Nella stagione da freshman “The Beast of Middle-East” mette a referto 10.4 punti e 9 rimbalzi a partita. I suoi 260 rimbalzi da freshman sono il record di Rice University, ed è notizia di ieri la nomina di Kazemi nella “Conference USA All-Freshman Team”, ossia il quintetto ideale tra i giocatori al primo anno nella conference USA (la conference di Rice University).
La curiosità è che Kazemi non è il primo giocatore iraniano a giocare in un college statunitense, l’onore del caso va a Fereidoun M. Esfandiary, altrimenti noto come FM-2030, scrittore e filosofo transumanista, nonché primo uomo ad usufruire della vetrificazione crionica – egli infatti è morto nel 2000 di cancro al pancreas e si è fatto congelare confidando che in futuro gli umani raggiungano una tecnologia talmente avanzata da permettergli di guarire. Beh, Esfandiary, prima di diventare celebre per le sue idee, ha giocato con la nazionale iraniana alle olimpiadi di Londra del 1948 (l’Iran arrivò quattordicesimo battendo solo l’Irlanda) e in seguito studiò a Berkeley, UCLA e Los Angeles City University senza però lasciarci alcuna statistica come giocatore di pallacanestro.
Arsalan arriva negli USA nel 2008 grazie alla pubblicità del libanese Anthony Ibrahim (che di solito sponsorizza giocatori del Libano tra gli allenatori di college). Ibrahim infatti mostra i video di Kazemi a vari allenatori di college che lo giudicano decisamente un giocatore da division 1, ma essende del ’90, Kazemi non è ancora in età da college, quindi frequenta per un anno la Patterson High School dove incontra Ahmad Ibrahim (due anni più giovane), stella nascente del basket libanese ora a Mountain State Academy.
A luglio 2009 Kazemi partecipa ai mondiali under 19 in Nuova Zelanda con la sua nazionale, la competizione non va bene per la compagine iraniana che chiude quindicesima col triste record di una vittoria e quattro sconfitte, ma Kazemi (2 metri e 1 per 102 kilogrammi) si mette in mostra con le sue doti di all-around e come miglior realizzatore per l’Iran. A novembre accetta la chiamata di Rice University di Houston, rifiutando le offerte di Maryland e Oklahoma State tra le altre.
Non è subito amore tra Kazemi e i tifosi di Rice: alla prima apparizione sul parquet viene accolto con il totale silenzio del Tudor Fieldhouse, vista anche l’aria che tira tra Iran e USA. Dispute politiche che anche a lui hanno creato non pochi problemi, dovendo addirittura ricorrere all’aiuto di Bill Clinton in un’occasione.
Ma col tempo, come nelle migliori storie sportive firmate Disney, Kazemi conquista l’affetto dei fans, grazie soprattutto alle sue prestazioni in campo. Nella stagione da freshman “The Beast of Middle-East” mette a referto 10.4 punti e 9 rimbalzi a partita. I suoi 260 rimbalzi da freshman sono il record di Rice University, ed è notizia di ieri la nomina di Kazemi nella “Conference USA All-Freshman Team”, ossia il quintetto ideale tra i giocatori al primo anno nella conference USA (la conference di Rice University).
La curiosità è che Kazemi non è il primo giocatore iraniano a giocare in un college statunitense, l’onore del caso va a Fereidoun M. Esfandiary, altrimenti noto come FM-2030, scrittore e filosofo transumanista, nonché primo uomo ad usufruire della vetrificazione crionica – egli infatti è morto nel 2000 di cancro al pancreas e si è fatto congelare confidando che in futuro gli umani raggiungano una tecnologia talmente avanzata da permettergli di guarire. Beh, Esfandiary, prima di diventare celebre per le sue idee, ha giocato con la nazionale iraniana alle olimpiadi di Londra del 1948 (l’Iran arrivò quattordicesimo battendo solo l’Irlanda) e in seguito studiò a Berkeley, UCLA e Los Angeles City University senza però lasciarci alcuna statistica come giocatore di pallacanestro.
Grandi decaduti - del 02/03/10
Nato nel marzo 1969, Chris Jackson è stato uno dei più grandi giocatori della storia del college americano degli anni ‘80. Nella stagione 88/89 con Louisiana State, al suo primo anno nei college, Chris segnò 30 punti a partita di media, andando due volte oltre i 50.
Era talmente forte che un tale Alonzo Mourning (all’epoca a Georgetown) disse che Chris Jackson era il più grande tiratore del paese. Nell’anno da sophomore Jackson ne mette 29 di media.
L’anno successivo decise di provare con i professionisti e i Nuggets lo presero come terza scelta. Alla fine di entrambe gli anni passati al college viene inserito nel primo quintetto degli All-American.
Nel 1993 Chris Jackson cambia nome all’anagrafe per seguire la propria fede religiosa e diventa Mahmoud Abdul-Rauf.
Abdul-Rauf colleziona 586 presenze in NBA (con Denver, Sacramento e Vancouver) navigando a 14,6 punti di media, vincendo nel 1993 il premio come Most Improved Player. Colleziona pure una squalifica perché si rifiuta di alzarsi durante l’inno americano. Stern lo squalifica per ben UNA partita, salvo poi arrivare ad un compromesso: Abdul-Rauf deve alzarsi in piedi durante l’inno, ma può tenere gli occhi chiusi e la testa abbassata. Mahmoud approfitta delle occasioni per recitare dei versi del corano.
Abdul-Rauf va vicino al ritiro più volte durante la carriera, lasciata l’NBA diventa un giramondo giocando in vari campionati europei (passa anche per Roseto).
Dopo un anno di pausa, nella stagione 2008/09 si accasa all’Al-Ittihad di Jedda, nel campionato saudita.
Nell’agosto del 2009, ormai superati i 40, Mahmoud Abdul-Rauf sceglie il Giappone. Da 6 mesi gioca nei Kyoto Hannaryz nel massimo campionato giapponese, viaggia a 15.6 punti in 28 minuti di media nelle 20 partite giocate. Un po’ poco per un giocatore che spazzava tutti al college e per il livello del campionato giapponese, ma 40 sono 40 e si sentono, come si sentono pure i diversi anni passati senza giocare.
Chi invece continua a pasturare basket è Stephon Marbury: in settimana Starbury ha messo a referto la prima tripla doppia nella CBA. L’enorme talento del newyorkese si sta manifestando in tutta la sua splendidezza, non come il talento di altri ex-NBA passati di qua. Marbury infatti non si limita a segnare, tirando il giusto, ma smazza anche un invidiabile numero di assist, dimostrando di essersi messo a disposizione della squadra. Squadra però che rimane ancora nelle zone basse della classifica (appena 12esima su 17) con un record di 9-18. Da segnalare anche i 40 punti di Wang Zhizhi, altra vecchia conoscenza della NBA, nell’ultima giornata.
Era talmente forte che un tale Alonzo Mourning (all’epoca a Georgetown) disse che Chris Jackson era il più grande tiratore del paese. Nell’anno da sophomore Jackson ne mette 29 di media.
L’anno successivo decise di provare con i professionisti e i Nuggets lo presero come terza scelta. Alla fine di entrambe gli anni passati al college viene inserito nel primo quintetto degli All-American.
Nel 1993 Chris Jackson cambia nome all’anagrafe per seguire la propria fede religiosa e diventa Mahmoud Abdul-Rauf.
Abdul-Rauf colleziona 586 presenze in NBA (con Denver, Sacramento e Vancouver) navigando a 14,6 punti di media, vincendo nel 1993 il premio come Most Improved Player. Colleziona pure una squalifica perché si rifiuta di alzarsi durante l’inno americano. Stern lo squalifica per ben UNA partita, salvo poi arrivare ad un compromesso: Abdul-Rauf deve alzarsi in piedi durante l’inno, ma può tenere gli occhi chiusi e la testa abbassata. Mahmoud approfitta delle occasioni per recitare dei versi del corano.
Abdul-Rauf va vicino al ritiro più volte durante la carriera, lasciata l’NBA diventa un giramondo giocando in vari campionati europei (passa anche per Roseto).
Dopo un anno di pausa, nella stagione 2008/09 si accasa all’Al-Ittihad di Jedda, nel campionato saudita.
Nell’agosto del 2009, ormai superati i 40, Mahmoud Abdul-Rauf sceglie il Giappone. Da 6 mesi gioca nei Kyoto Hannaryz nel massimo campionato giapponese, viaggia a 15.6 punti in 28 minuti di media nelle 20 partite giocate. Un po’ poco per un giocatore che spazzava tutti al college e per il livello del campionato giapponese, ma 40 sono 40 e si sentono, come si sentono pure i diversi anni passati senza giocare.
Chi invece continua a pasturare basket è Stephon Marbury: in settimana Starbury ha messo a referto la prima tripla doppia nella CBA. L’enorme talento del newyorkese si sta manifestando in tutta la sua splendidezza, non come il talento di altri ex-NBA passati di qua. Marbury infatti non si limita a segnare, tirando il giusto, ma smazza anche un invidiabile numero di assist, dimostrando di essersi messo a disposizione della squadra. Squadra però che rimane ancora nelle zone basse della classifica (appena 12esima su 17) con un record di 9-18. Da segnalare anche i 40 punti di Wang Zhizhi, altra vecchia conoscenza della NBA, nell’ultima giornata.
Starbury in Cina - del 20/01/10
Ricorderete che la settimana scorsa abbiamo parlato della possibilità di vedere Jerry Stackhouse traslocare in Cina; dopo la smentita arrivata dall’America, gli Shanxi Zhongyu hanno dirottato le proprie attenzioni su un’altra (grandissima) stella dell’NBA: Stephon Xavier Marbury. Stavolta con più successo, Starbury infatti ha accettato, anche volentieri, di provare l’esperienza asiatica.
La lungimiranza del campione di Brooklyn è notevole, egli stesso ha affermato che andrà in Cina con l’intento di promuovere il suo marchio di scarpe, “Starbury” appunto, nel crescente mercato cinese.
Glenn Rivers e Ray Allen (allenatore e compagno di Stephon ai Celtic in questa stagione) hanno appoggiato la sua scelta, non lo considerano un giocatore finito e la possibilità di dimostrare di saper ancora giocare in Cina potrebbe garantirgli un contratto NBA questa estate.
img_1174Stephon dopo non essere stato contattato da alcuna squadra europea, ha deciso di seguire le orme di altri suoi predecessori (di cui abbiamo già parlato in questo blog). Ha fatto sapere che la lingua non sarà un problema, che parlerà ai suoi fan grazie al basket giocato. Il contratto non è fantastico, ma come detto sopra, questa esperienza gli garantirà un bel po’ di pubblicità al suo marchio di scarpe a “prezzi popolari”.
Quanto alla squadra, il GM Wang Xingjiang dopo aver litigato con Donta Smith e dopo averlo cacciato dalla squadra, aveva puntato a Jerry Stackouse. L’accordo non si era trovato, ma è arrivata la firma di Starbury. Wang dice che l’arrivo di Marbury è una ricompensa per i tifosi, un ovvio tentativo di rilanciare la squadra verso i playoff e le entrate della squadra derivanti dai biglietti.
Gli Shanxi Zhongyu sono partiti malissimo quest’anno, vessano tuttora in terzultima posizione nella lega nonostante la presenza nel roster dell’altra stella americana Maurice Taylor. I Dragoni dello Shanxi sono la stessa squadra che due anni fa mise sotto contratto Bonzi Wells.
La domanda che sorge spontameante è: quale sarà la reazione di un giocatore di pallacanestro multimilonario, cresciuto a Brooklyn, seppure in condizioni non raccomandabili, alla vita nello Shanxi? La regione più povera della Cina, dove anche nella capitale Taiyuan (metropoli da 3 milioni di abitanti) può ancora capitare di veder passare dei carri trainati da muli tra le strade della città.
Presumibilmente l’esperienza di Marbury non sarà diversa da quella di Wells, tanti palloni da gestire, tanti tiri, tanti punti, poca gloria.
La lungimiranza del campione di Brooklyn è notevole, egli stesso ha affermato che andrà in Cina con l’intento di promuovere il suo marchio di scarpe, “Starbury” appunto, nel crescente mercato cinese.
Glenn Rivers e Ray Allen (allenatore e compagno di Stephon ai Celtic in questa stagione) hanno appoggiato la sua scelta, non lo considerano un giocatore finito e la possibilità di dimostrare di saper ancora giocare in Cina potrebbe garantirgli un contratto NBA questa estate.
img_1174Stephon dopo non essere stato contattato da alcuna squadra europea, ha deciso di seguire le orme di altri suoi predecessori (di cui abbiamo già parlato in questo blog). Ha fatto sapere che la lingua non sarà un problema, che parlerà ai suoi fan grazie al basket giocato. Il contratto non è fantastico, ma come detto sopra, questa esperienza gli garantirà un bel po’ di pubblicità al suo marchio di scarpe a “prezzi popolari”.
Quanto alla squadra, il GM Wang Xingjiang dopo aver litigato con Donta Smith e dopo averlo cacciato dalla squadra, aveva puntato a Jerry Stackouse. L’accordo non si era trovato, ma è arrivata la firma di Starbury. Wang dice che l’arrivo di Marbury è una ricompensa per i tifosi, un ovvio tentativo di rilanciare la squadra verso i playoff e le entrate della squadra derivanti dai biglietti.
Gli Shanxi Zhongyu sono partiti malissimo quest’anno, vessano tuttora in terzultima posizione nella lega nonostante la presenza nel roster dell’altra stella americana Maurice Taylor. I Dragoni dello Shanxi sono la stessa squadra che due anni fa mise sotto contratto Bonzi Wells.
La domanda che sorge spontameante è: quale sarà la reazione di un giocatore di pallacanestro multimilonario, cresciuto a Brooklyn, seppure in condizioni non raccomandabili, alla vita nello Shanxi? La regione più povera della Cina, dove anche nella capitale Taiyuan (metropoli da 3 milioni di abitanti) può ancora capitare di veder passare dei carri trainati da muli tra le strade della città.
Presumibilmente l’esperienza di Marbury non sarà diversa da quella di Wells, tanti palloni da gestire, tanti tiri, tanti punti, poca gloria.
Wilt chi?? - del 27/12/2009
L’idea era quella di scrivere un pezzo su Zdenko Babic (per chi non sapesse chi fosse, ha il record di punti in una partita di coppa europea, 144 punti contro l’Apoel Limassol in Coppa Korac), ma la storia la conoscono già in molti, basta cercare il suo nome su google e si trovano almeno una decina di articoli che ne parlano. La cosa si è fatta più interessante nelle poche pagine in cui si parlava di record assoluti, perché le storie che si trovano hanno dello spaventoso, del ridicolo e hanno sempre meno carattere (tanto agognato) sportivo.
Ho deciso quindi di farvi un elenco dei record reali e di quelli che si possono trovare nella rete, per quanto riguarda i record rilevanti (in ordine di segnature):
Paralimpiadi, pallacanestro a rotelle: l’olandese Koen Jansensof segna 43 punti contro l’Iran.
WNBA: Diana Taurasi e Lauren Jackson si contendono il record di 47 punti.
Eurolega femminile: Victoria Bullet segnò 48 punti il 10 ottobre 1996 nella partita tra TMC Cesena e Mizo Pecs VSK.
Campionato mondiale maschile: il più grande cestista sudcoreano di tutti i tempi Hur Jae ne mise 61 contro l’Egitto ai mondiali del ’90. Due anni prima era stato uno dei due atleti sudcoreani a leggere il giuramento olimpico alle olimpiadi di Seoul. Attualmente è il coach della nazionale sudcoreana.
Eurolega maschile: Joe Arlauckas del Real Madrid con 63 punti contro la Virtus Bologna il 15 febbraio 1996.
Campionato italiano maschile: Sandro Riminucci della Simmental Milano ne mette 77 contro La Spezia, l’anno è il 1963, non esiste il tiro da 3.
Carlton Myers ne metterà 87 contro Udine nella stagione ’94-’95, ma è Serie A2.
NBA: celebre il record di Wilt Chamberlain. 100 punti tondi tondi. Per il racconto di questa storia vi rimando a Black Jesus di Federico Buffa.
Campionato italiano femminile: LaTaunya Pollard-Romanazzi segnò 100 punti in una partita con la Sidis Ancona nella stagione ’84-’85.
Ed ora i record “meno rilevanti”:
Lisa Leslie: la campionessa della WNBA una volta fece 101 punti in una partita di High School. Peccato che la partita finì all’intervallo lungo causa forfait della squadra avversaria (quando perdi 102-24 dopo 20 minuti è facile arrendersi).
Drazen Petrovic: parlare di certi mostri sacri mi imbarazza, quindi vi ricorderò solo i suoi 62 punti in finale di Coppa Coppe e i 112 segnati contro l’Olimpija nel campionato jugoslavo. Record che sarà poi distrutto da Zdenko Babic. Giocatore sconosciuto che resterà nella storia solo per quella partita surreale: a Babic viene detto di non tornare mai in difesa. Sembra che Babic, ultimo panchinaro dello Zadar, sia stato l’unico in squadra ad accettare di giocare appositamente per distruggere il record di Petrovic.
Epiphanny Prince: tre anni fa scatenò una discussione mediatica sulla sportività quando segno 113 punti in una partita di High School. “Dopo averne messi 29 in un quarto non ci avevo pensato” disse Epiphanny “neanche dopo i 58 a partita ci pensavo molto, è stato dopo gli 80 nel terzo quarto che ho deciso di provare a battere il record”. Il record precedente risaliva al 1982 e apparteneva a Cheryl Miller (Hall of famer, sorella maggiore di Reggie… quella forte in famiglia come potete vedere nel video qui sotto) con 105 punti. Risale al 1960 il record per l’High School maschile, 135 punti segnati da Danny Heater.
Ho deciso quindi di farvi un elenco dei record reali e di quelli che si possono trovare nella rete, per quanto riguarda i record rilevanti (in ordine di segnature):
Paralimpiadi, pallacanestro a rotelle: l’olandese Koen Jansensof segna 43 punti contro l’Iran.
WNBA: Diana Taurasi e Lauren Jackson si contendono il record di 47 punti.
Eurolega femminile: Victoria Bullet segnò 48 punti il 10 ottobre 1996 nella partita tra TMC Cesena e Mizo Pecs VSK.
Campionato mondiale maschile: il più grande cestista sudcoreano di tutti i tempi Hur Jae ne mise 61 contro l’Egitto ai mondiali del ’90. Due anni prima era stato uno dei due atleti sudcoreani a leggere il giuramento olimpico alle olimpiadi di Seoul. Attualmente è il coach della nazionale sudcoreana.
Eurolega maschile: Joe Arlauckas del Real Madrid con 63 punti contro la Virtus Bologna il 15 febbraio 1996.
Campionato italiano maschile: Sandro Riminucci della Simmental Milano ne mette 77 contro La Spezia, l’anno è il 1963, non esiste il tiro da 3.
Carlton Myers ne metterà 87 contro Udine nella stagione ’94-’95, ma è Serie A2.
NBA: celebre il record di Wilt Chamberlain. 100 punti tondi tondi. Per il racconto di questa storia vi rimando a Black Jesus di Federico Buffa.
Campionato italiano femminile: LaTaunya Pollard-Romanazzi segnò 100 punti in una partita con la Sidis Ancona nella stagione ’84-’85.
Ed ora i record “meno rilevanti”:
Lisa Leslie: la campionessa della WNBA una volta fece 101 punti in una partita di High School. Peccato che la partita finì all’intervallo lungo causa forfait della squadra avversaria (quando perdi 102-24 dopo 20 minuti è facile arrendersi).
Drazen Petrovic: parlare di certi mostri sacri mi imbarazza, quindi vi ricorderò solo i suoi 62 punti in finale di Coppa Coppe e i 112 segnati contro l’Olimpija nel campionato jugoslavo. Record che sarà poi distrutto da Zdenko Babic. Giocatore sconosciuto che resterà nella storia solo per quella partita surreale: a Babic viene detto di non tornare mai in difesa. Sembra che Babic, ultimo panchinaro dello Zadar, sia stato l’unico in squadra ad accettare di giocare appositamente per distruggere il record di Petrovic.
Epiphanny Prince: tre anni fa scatenò una discussione mediatica sulla sportività quando segno 113 punti in una partita di High School. “Dopo averne messi 29 in un quarto non ci avevo pensato” disse Epiphanny “neanche dopo i 58 a partita ci pensavo molto, è stato dopo gli 80 nel terzo quarto che ho deciso di provare a battere il record”. Il record precedente risaliva al 1982 e apparteneva a Cheryl Miller (Hall of famer, sorella maggiore di Reggie… quella forte in famiglia come potete vedere nel video qui sotto) con 105 punti. Risale al 1960 il record per l’High School maschile, 135 punti segnati da Danny Heater.
Yao junior - del 24/01/10
La notizia è che la giocatrice della nazionale cinese di basket Ye Li è incinta. La cosa potrebbe non sembrare così interessante agli avulsi alla pallacanestro femminile, se non fosse che, salvo interferenze di portalettere o idraulici, il padre è tale Yao Ming degli Houston Rockets.
Il duecentoventinove centimetri (di altezza) di Shanghai ha giovato quindi del suo riposo forzato (un anno di stop causa frattura da stress al piede) per garantirsi una progenie.
Figlio di due ex giocatori di pallacanestro (lui di due metri, lei un metro e novanta), Yao sembra voler dar inizio ad una dinastia di dominatori della pallacanestro. La moglie infatti è anch’ella alta un metro e novanta. Scherzi della genetica a parte, Yao Junior dovrebbe poter usufruire di una statura quasi pari a quella del padre.
Voci maligne sostengono che Yao Ming sia “figlio” di un progetto politico segreto della RPC atto a creare dei supereroi dello sport col fine di dominare il mondo. Aldilà della cattiveria insita in questa teoria di “procreazione assistita”, è doveroso far notare quanto sia assurda questa leggenda metropolitana. Basti pensare all’unicità di Yao all’interno dello sport cinese:
- il basket è l’unico sport di squadra in cui un cinese abbia raggiunto tanta gloria, e pure l’unico dove la Cina sia veramente vincente;
- tranne rari exploit, alle ultime olimpiadi (casalinghe peraltro) la Cina ha vinto medaglie negli sport che tradizionalmente le appartengono (ping pong, tiro, ginnastica, tuffi);
- l’elevarsi del livello di tutti gli sport in Cina è da ricondursi all’ascesa del numero di persone che possono praticarle grazie alla parallela crescita economica.
Se i dubbi del caso Yao fossero così forti, la cosa si potrebbe anche motivare con una semplice osservazione culturale: in Cina il matrimonio combinato non è stato del tutto rimosso nonostante mezzo secolo di lotta politica in questa direzione; nei parchi di Shanghai può capitare di incontrare dei genitori che mostrano foto dei loro figli in cerca di sposa/o. Una sorta di Meetic old style. Strano ma vero.
Aspettando di sapere se Yao Junior sarà il terzo gigante di queste famiglia e se dominerà le zone pitturate di mezzo mondo, sarebbe giusto pensare alla difficoltà che può avere un uomo di questa statura a trovare una compagna fuori dal mondo della pallacanestro e augurare a Ye Li la migliore gravidanza possibile.
Il duecentoventinove centimetri (di altezza) di Shanghai ha giovato quindi del suo riposo forzato (un anno di stop causa frattura da stress al piede) per garantirsi una progenie.
Figlio di due ex giocatori di pallacanestro (lui di due metri, lei un metro e novanta), Yao sembra voler dar inizio ad una dinastia di dominatori della pallacanestro. La moglie infatti è anch’ella alta un metro e novanta. Scherzi della genetica a parte, Yao Junior dovrebbe poter usufruire di una statura quasi pari a quella del padre.
Voci maligne sostengono che Yao Ming sia “figlio” di un progetto politico segreto della RPC atto a creare dei supereroi dello sport col fine di dominare il mondo. Aldilà della cattiveria insita in questa teoria di “procreazione assistita”, è doveroso far notare quanto sia assurda questa leggenda metropolitana. Basti pensare all’unicità di Yao all’interno dello sport cinese:
- il basket è l’unico sport di squadra in cui un cinese abbia raggiunto tanta gloria, e pure l’unico dove la Cina sia veramente vincente;
- tranne rari exploit, alle ultime olimpiadi (casalinghe peraltro) la Cina ha vinto medaglie negli sport che tradizionalmente le appartengono (ping pong, tiro, ginnastica, tuffi);
- l’elevarsi del livello di tutti gli sport in Cina è da ricondursi all’ascesa del numero di persone che possono praticarle grazie alla parallela crescita economica.
Se i dubbi del caso Yao fossero così forti, la cosa si potrebbe anche motivare con una semplice osservazione culturale: in Cina il matrimonio combinato non è stato del tutto rimosso nonostante mezzo secolo di lotta politica in questa direzione; nei parchi di Shanghai può capitare di incontrare dei genitori che mostrano foto dei loro figli in cerca di sposa/o. Una sorta di Meetic old style. Strano ma vero.
Aspettando di sapere se Yao Junior sarà il terzo gigante di queste famiglia e se dominerà le zone pitturate di mezzo mondo, sarebbe giusto pensare alla difficoltà che può avere un uomo di questa statura a trovare una compagna fuori dal mondo della pallacanestro e augurare a Ye Li la migliore gravidanza possibile.
Un futuro non troppo remoto - del 19/12/09
SPRINGFIELD, MA – 19/02/2028 – Alla veneranda età di 48 anni, Yao Ming è entrato ieri nella Hall of Fame del basket. L’allenatore degli Shanghai Sharks, divo degli Houston Rockets nei primi decenni del secolo, era presente ieri alla cerimonia in un elegante completo blu accompagnato dalla compagna storica Ye Li e dal figlio Michael Yao (centro di Houston University, che sta dominando la NCAA, in aria di draft l’anno prossimo). Alla consegna del premio Yao ha ringraziato Lu Hao, il suo agente cinese all’epoca dell’esordio in NBA, e Carroll Dawson, GM dei Rockets che scelsero Yao al primo pick (fu il primo giocatore internazionale ad essere scelto per primo in NBA e a non aver studiato negli States). Yao ha voluto anche esprimere un ringraziamento a Wang Zhizhi, storico compagno nella nazionale che aprì la strada dell’NBA ai giocatori cinesi.
La consegna del premio è avvenuta in diretta televisiva in tutto il territorio cinese, il megaschermo in piazza Tian’anmen a Pechino ha permesso a più di 500mila persone di assistere in diretta. Negli ambienti giornalistici pechinesi gira voce che già domani il megaritratto di Mao Zedong all’entrata della Città Proibita verrà sostituito (temporaneamente?) da un ritratto del gigante di Shanghai.
Yao l’anno scorso ha avuto la gioia di recitare per la quarta volta in un film (come molti suoi predecessori nel basket cinese da Mu Tiezhu a Mengke Bateer), esperienza cinematografica la sua che molto probabilmente non finirà qui: dopo una richiesta a furor di popolo è già in fase di produzione la seconda rappresentazione su pellicola della sua vita.
yaoTra il pubblico alla cerimonia di premiazione c’erano anche i suoi ex compagni di squadra a Houston Shane Battier e Luis Scola. Ambedue hanno ringraziato Yao per l’aiuto che ricevettero ai tempi del suo esordio in fatto di fama, soprattutto in Asia (per non parlare di marketing, il marchio inventato da Battier è il secondo colosso dei prodotti sportivi in Cina), e per i successi che la squadra raggiunse (comunque troppo pochi).
Yao ha lasciato il basket giocato ormai da più di dieci anni dopo l’ennesimo infortunio al piede, e in questi giorni sta cercando di portare i suoi Shanghai Sharks ai playoff della CBA, obiettivo che da allenatore non ha ancora raggiunto nei due anni in cui ha guidato la squadra. Il flop da allenatore non ha certo cancellato la sua fama internazionale: il cinese più famoso del secolo viene ancora ricordato in tutto il mondo per le sue eccellenti doti fisiche e tecniche, mentre in patria ha raggiunto già da tempo lo status di divinità, dall’anno del titolo NBA con i Rockets.
La consegna del premio è avvenuta in diretta televisiva in tutto il territorio cinese, il megaschermo in piazza Tian’anmen a Pechino ha permesso a più di 500mila persone di assistere in diretta. Negli ambienti giornalistici pechinesi gira voce che già domani il megaritratto di Mao Zedong all’entrata della Città Proibita verrà sostituito (temporaneamente?) da un ritratto del gigante di Shanghai.
Yao l’anno scorso ha avuto la gioia di recitare per la quarta volta in un film (come molti suoi predecessori nel basket cinese da Mu Tiezhu a Mengke Bateer), esperienza cinematografica la sua che molto probabilmente non finirà qui: dopo una richiesta a furor di popolo è già in fase di produzione la seconda rappresentazione su pellicola della sua vita.
yaoTra il pubblico alla cerimonia di premiazione c’erano anche i suoi ex compagni di squadra a Houston Shane Battier e Luis Scola. Ambedue hanno ringraziato Yao per l’aiuto che ricevettero ai tempi del suo esordio in fatto di fama, soprattutto in Asia (per non parlare di marketing, il marchio inventato da Battier è il secondo colosso dei prodotti sportivi in Cina), e per i successi che la squadra raggiunse (comunque troppo pochi).
Yao ha lasciato il basket giocato ormai da più di dieci anni dopo l’ennesimo infortunio al piede, e in questi giorni sta cercando di portare i suoi Shanghai Sharks ai playoff della CBA, obiettivo che da allenatore non ha ancora raggiunto nei due anni in cui ha guidato la squadra. Il flop da allenatore non ha certo cancellato la sua fama internazionale: il cinese più famoso del secolo viene ancora ricordato in tutto il mondo per le sue eccellenti doti fisiche e tecniche, mentre in patria ha raggiunto già da tempo lo status di divinità, dall’anno del titolo NBA con i Rockets.
Le interferenze della politica - del 31/10/09
Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 l’NBA sviluppò un certo interesse verso i giocatori estremamente alti. In quegli anni in NBA infatti compaiono il sudanese Manute Bol (624 partite in NBA), 231 centimetri, seguito dal rumeno Gheorghe Muresan (307 partite), 231 centimetri anche per lui e infine l’americano Shawn Bradley (832 partite e un Campionato Europeo con la Germania nel 2001) e i suoi 229 centimetri.
È in questo contesto che gli scout nordamericani notano il pivot della nazionale nordcoreana, Ri Myong-hun (anche scritto Ri Myung-hun), un ragazzo del ’67 alto 235 centimetri.
La statura impressionante, le buone capacità fisiche e tecniche e le prestazioni nel Campionato Asiatico, convinsero gli addetti ai lavori a dargli un’occasione. Cercarono di portarlo negli States dalla porta posteriore, tramite allenamenti intensivi e corsi di lingua inglese in Canada, sotto le attenzioni del decennale coach della nazionale della foglia d’acero Jack Donohue. Qui prese pure il nome inglese di Michael Ri, in onore del suo idolo Michael Jordan (chi altri se no?).
cina2Ma Ri non arrivo mai negli USA. Il Trading with the Enemy Act, all’epoca ancora attivo per la Corea del Nord, vietava infatti ogni rapporto economico con i nemici degli Stati Uniti, e fermò una prima volta il suo approdo nell’NBA. Fu l’NBA stessa a vietare a tutte le squadre di mettere sotto contratto il ragazzone.
A seguito degli sforzi degli sponsor per procurargli un visto lavorativo negli Stati Uniti, gli venne concesso il permesso di entrare nel paese, a patto che neanche un dollaro venisse spedito in Corea.
A questo punto Ri sembrava aver finalmente la possibilità di confrontarsi con i grandi del basket, dichiarò pure di disinteressarsi completamente del guadagno (e della politica), voleva solo giocare a basket e giocarlo in NBA; ma fu proprio la politica a fermare la sua corsa ancora una volta. Per ripicca, il governo nordcoreano gli vietò di andare in America.
Quando finalmente l’embargo alla Corea del Nord cessò, nel 2008, Ri era già quarantunenne e ormai impossibilitato ad affrontare una carriera in NBA.
Un caso simile, ma con finale diverso, riguardò il giocatore iraniano Hamed Haddadi, ora ai Memphis Grizzlies.
Per un breve periodo Ri Myong-hun è stato anche riconosciuto dal Guinness dei Primati come l’uomo più alto del mondo.
Nell’ottobre del 2002 in molti sognavano la sfida tra la fresca prima scelta NBA Yao Ming e Ri alle semifinali degli Asian Games, ma nonostante i 23 punti e 17 rimbalzi del pivot nordcoreano, la nazionale della Repubblica Popolare di Corea non superò il Kazakistan nei gironi eliminatori, privando dunque gli appassionati di basket di questo scontro tra giganti del basket.
È in questo contesto che gli scout nordamericani notano il pivot della nazionale nordcoreana, Ri Myong-hun (anche scritto Ri Myung-hun), un ragazzo del ’67 alto 235 centimetri.
La statura impressionante, le buone capacità fisiche e tecniche e le prestazioni nel Campionato Asiatico, convinsero gli addetti ai lavori a dargli un’occasione. Cercarono di portarlo negli States dalla porta posteriore, tramite allenamenti intensivi e corsi di lingua inglese in Canada, sotto le attenzioni del decennale coach della nazionale della foglia d’acero Jack Donohue. Qui prese pure il nome inglese di Michael Ri, in onore del suo idolo Michael Jordan (chi altri se no?).
cina2Ma Ri non arrivo mai negli USA. Il Trading with the Enemy Act, all’epoca ancora attivo per la Corea del Nord, vietava infatti ogni rapporto economico con i nemici degli Stati Uniti, e fermò una prima volta il suo approdo nell’NBA. Fu l’NBA stessa a vietare a tutte le squadre di mettere sotto contratto il ragazzone.
A seguito degli sforzi degli sponsor per procurargli un visto lavorativo negli Stati Uniti, gli venne concesso il permesso di entrare nel paese, a patto che neanche un dollaro venisse spedito in Corea.
A questo punto Ri sembrava aver finalmente la possibilità di confrontarsi con i grandi del basket, dichiarò pure di disinteressarsi completamente del guadagno (e della politica), voleva solo giocare a basket e giocarlo in NBA; ma fu proprio la politica a fermare la sua corsa ancora una volta. Per ripicca, il governo nordcoreano gli vietò di andare in America.
Quando finalmente l’embargo alla Corea del Nord cessò, nel 2008, Ri era già quarantunenne e ormai impossibilitato ad affrontare una carriera in NBA.
Un caso simile, ma con finale diverso, riguardò il giocatore iraniano Hamed Haddadi, ora ai Memphis Grizzlies.
Per un breve periodo Ri Myong-hun è stato anche riconosciuto dal Guinness dei Primati come l’uomo più alto del mondo.
Nell’ottobre del 2002 in molti sognavano la sfida tra la fresca prima scelta NBA Yao Ming e Ri alle semifinali degli Asian Games, ma nonostante i 23 punti e 17 rimbalzi del pivot nordcoreano, la nazionale della Repubblica Popolare di Corea non superò il Kazakistan nei gironi eliminatori, privando dunque gli appassionati di basket di questo scontro tra giganti del basket.
Un’altra storia triste - del 12/12/09
Wang Zhizhi è stato il primo atleta cinese a giocare in NBA, chiamato al draft (senza che si fosse candidato) nel 1999 dai Dallas Mavericks. Quello che molti non sanno è che Wang non fu il primo giocatore cinese ad essere adocchiato da una squadra della National Basketball Association: questa è la storia di Hu Weidong, il più grande tiratore da 3 della storia della Cina e probabilmente anche il giocatore più sfortunato (alla pari con Ri Myung-hun).
Nato nel 1970, a quindici anni entra nella squadra giovanile dei Jiangsu Dragons (dove giocò anche Chris Andersen, sì quello di Denver), due anni più tardi grazie alle doti messe in vista nel campionato juniores inizia la sua avventura con la nazionale cinese, sempre juniores.
Passato alla squadra senior dei Jiangsu Dragons (dove giocherà fino al 2002) Hu abbatte vari record della lega cinese (CBA), tuttora imbattuti: 128 canestri da 3 punti nella stagione ‘96-‘97, 106 rubate nella stagione ‘99-2000, 575 tiri da 3 segnati e 466 palle rubate in carriera.
È proprio una palla rubata che lo rende celebre in patria e lo metterà in mostra a livello internazionale: ai mondiali del 1994 al Copps Coliseum di Hamilton, Canada, Hu ruba palla a Kevin Johnson e schiaccia tutto solo in contropiede. La Cina perderà 132-77 contro gli Stati Uniti (15 di Hu), ma quell’azione rimarrà per sempre negli occhi dei cinesi amanti del basket.
In quell’edizione dei mondiali Hu trascina la nazionale cinese (con 15 di media) all’ottavo posto (record della squadra ai mondiali) battendo Brasile (27 di Hu) e Spagna nei gironi eliminatori. Da ricordare il 9/14 da tre contro la Croazia.
Hu si ripete due anni più tardi ad Atlanta (12 di media), altro record per la nazionale del suo paese, ottavo posto alle olimpiadi battendo Angola e Argentina (22 di Hu) nei gironi. Stavolta 7/9 da tre, sempre contro la Croazia.
A questo punto l’NBA lo nota, un metro e novantotto, buon difensore ed eccelso tiratore da 3. L’occasione per il grande salto, la possibilità di diventare il primo giocatore cinese in NBA gli viene offerta dai Dallas Mavericks nel 1998, ma quello che probabilmente i Mavericks non sapevano è che Hu fosse al momento infortunato, questo problema alla gamba che lo tormenterà per tutta la carriera infatti non gli permette di firmare il contratto coi Mavs.
L’anno successivo Dallas, evidentemente alla ricerca di aprire al crescente mercato cinese, sceglie Wang Zhizhi.
Nonostante tutto, Hu Weidong continua a giocare nei Jiangsu Dragons e per la sua nazionale, vincendo il premio di MVP ai campionati asiatici del 1999. Sarà ancora nel roster della Cina a Sidney 2000 (9 di media per lui), dove la Cina batte Nuova Zelanda e Italia (8 di Hu), ma finisce decima. Nel frattempo con la nazionale ha già vinto 3 campionati asiatici, due medaglie d’oro ai giochi asiatici e un bronzo sempre ai campionati asiatici.
Ecco che arriva una nuova chance per Hu, durante il 2000 gli Orlando Magic gli offrono un contratto di 10 giorni. Hu s’infortuna di nuovo in allenamento. Perde la seconda occasione di giocare negli States, ma rimane fiducioso di poter essere richiamato in futuro. L’età e la predisposizione al rompersi però hanno minato la sua immagine in America e non viene mai più contattato.
Ai mondiali di Indianapolis Hu ne mette 14 contro la rappresentativa statunitense, partita in cui gli USA andranno sotto 28-16 nel primo quarto, per poi rimontare e vincere 84-65. La Cina vince una sola partita (contro l’Algeria) e Hu chiude con 11 punti di media.
Hu si ritira a 33 anni, dopo l’ennesimo brutto infortunio. Due anni più tardi accetta il posto di capo allenatore per la sua ex squadra. Subito dopo entra nello staff di Jonas Kazlauskas, capo allenatore della nazionale cinese dal 2005 al 2008 (attuale head coach della Grecia). Al momento è inattivo.
In occasione delle olimpiadi ha portato la torcia olimpica (infortuni permettendo), quasi per ribadire la sua presenza nell’olimpo del basket asiatico.
Nato nel 1970, a quindici anni entra nella squadra giovanile dei Jiangsu Dragons (dove giocò anche Chris Andersen, sì quello di Denver), due anni più tardi grazie alle doti messe in vista nel campionato juniores inizia la sua avventura con la nazionale cinese, sempre juniores.
Passato alla squadra senior dei Jiangsu Dragons (dove giocherà fino al 2002) Hu abbatte vari record della lega cinese (CBA), tuttora imbattuti: 128 canestri da 3 punti nella stagione ‘96-‘97, 106 rubate nella stagione ‘99-2000, 575 tiri da 3 segnati e 466 palle rubate in carriera.
È proprio una palla rubata che lo rende celebre in patria e lo metterà in mostra a livello internazionale: ai mondiali del 1994 al Copps Coliseum di Hamilton, Canada, Hu ruba palla a Kevin Johnson e schiaccia tutto solo in contropiede. La Cina perderà 132-77 contro gli Stati Uniti (15 di Hu), ma quell’azione rimarrà per sempre negli occhi dei cinesi amanti del basket.
In quell’edizione dei mondiali Hu trascina la nazionale cinese (con 15 di media) all’ottavo posto (record della squadra ai mondiali) battendo Brasile (27 di Hu) e Spagna nei gironi eliminatori. Da ricordare il 9/14 da tre contro la Croazia.
Hu si ripete due anni più tardi ad Atlanta (12 di media), altro record per la nazionale del suo paese, ottavo posto alle olimpiadi battendo Angola e Argentina (22 di Hu) nei gironi. Stavolta 7/9 da tre, sempre contro la Croazia.
A questo punto l’NBA lo nota, un metro e novantotto, buon difensore ed eccelso tiratore da 3. L’occasione per il grande salto, la possibilità di diventare il primo giocatore cinese in NBA gli viene offerta dai Dallas Mavericks nel 1998, ma quello che probabilmente i Mavericks non sapevano è che Hu fosse al momento infortunato, questo problema alla gamba che lo tormenterà per tutta la carriera infatti non gli permette di firmare il contratto coi Mavs.
L’anno successivo Dallas, evidentemente alla ricerca di aprire al crescente mercato cinese, sceglie Wang Zhizhi.
Nonostante tutto, Hu Weidong continua a giocare nei Jiangsu Dragons e per la sua nazionale, vincendo il premio di MVP ai campionati asiatici del 1999. Sarà ancora nel roster della Cina a Sidney 2000 (9 di media per lui), dove la Cina batte Nuova Zelanda e Italia (8 di Hu), ma finisce decima. Nel frattempo con la nazionale ha già vinto 3 campionati asiatici, due medaglie d’oro ai giochi asiatici e un bronzo sempre ai campionati asiatici.
Ecco che arriva una nuova chance per Hu, durante il 2000 gli Orlando Magic gli offrono un contratto di 10 giorni. Hu s’infortuna di nuovo in allenamento. Perde la seconda occasione di giocare negli States, ma rimane fiducioso di poter essere richiamato in futuro. L’età e la predisposizione al rompersi però hanno minato la sua immagine in America e non viene mai più contattato.
Ai mondiali di Indianapolis Hu ne mette 14 contro la rappresentativa statunitense, partita in cui gli USA andranno sotto 28-16 nel primo quarto, per poi rimontare e vincere 84-65. La Cina vince una sola partita (contro l’Algeria) e Hu chiude con 11 punti di media.
Hu si ritira a 33 anni, dopo l’ennesimo brutto infortunio. Due anni più tardi accetta il posto di capo allenatore per la sua ex squadra. Subito dopo entra nello staff di Jonas Kazlauskas, capo allenatore della nazionale cinese dal 2005 al 2008 (attuale head coach della Grecia). Al momento è inattivo.
In occasione delle olimpiadi ha portato la torcia olimpica (infortuni permettendo), quasi per ribadire la sua presenza nell’olimpo del basket asiatico.
A spasso per l’Asia 2 - del 28/11/2009
Continua il viaggio in Asia, stavolta alla scoperta dei campionati e delle nazionali delle Filippine e di Taiwan, due paesi dove il basket va alla grande nonostante il problema della bassa statura della popolazione.
Filippine – PBA e ASEAN Basketball League
Nell’arcipelago delle Filippine la pallacanestro è lo sport nazionale, giocato sia a livello amatoriale che professionistico è amato e praticato dai più.
Esistono due campionati professionistici nel paese: la Philippine Basketball Association, la lega professionistica del paese fondata nel 1975, e l’ASEAN Basketball League, una sorta di Lega Adriatica del sudest asiatico fondata nell’ottobre di quest’anno.
La PBA è composta da 11 squadre che giocano tre conference, da non intendersi come le conference NBA, sono invece una sorta di coppe che vengono giocate dalle varie squadre del paese. Chi vince una conference viene premiato come campione di lega, la All-Filippino Conference è la conference più prestigiosa.
smart-gilas teamUn sistema un po’ perverso che ricorda l’organizzazione del campionato di calcio argentino, ma con cui non combacia.
L’ASEAN Basketball League è invece una lega composta da 6 squadre, una per paese, provenienti da Filippine, Indonesia, Brunei, Malesia, Singapore e Thailandia.
È molto interessante il progetto lanciato dalla federazione filippina per il rilancio della nazionale in ottica Londra 2012. Nella PBA gioca infatti la Smart Gilas, una squadra composta di soli giocatori appetibili per la nazionale filippina (anche stranieri con possibile passaporto filippino futuro). Allenata dall’ex allenatore dell’Iran e di varie nazionali giovanili Jugoslave Rajko Toroman (Serbia). In NCAA sono numerosi i giocatori con passaporto filippino, alcuni già nel mirino della Smart Gilas.
La squadra viene allenata con metodi europei e di recente ha partecipato ad uno training camp a Las Vegas dove hanno avuto l’occasione di battere i Las Vegas Aces, squadra della moderna ABA.
La nazionale filippina maschile è la nazionale asiatica ad aver raggiunto il risultato migliore nella storia dei mondiali di basket, nel 1954 conquistò il terzo posto guidata da Carlos “Big Difference” Loyzaga, vero eroe nazionale.
In campo maschile contano 4 partecipazioni ai mondiali (ultima nel ‘78), 7 partecipazioni alle olimpiadi (ultima nel ‘72) e 5 titoli asiatici (ultimo nell’86). In campo femminile non si può dire altrettanto, mai qualificate né ai mondiali né alle olimpiadi e appena un quarto posto ai campionati asiatici.
Un paese insomma che ha dato tanto al basket asiatico, ma che a causa anche di scontri all’interno della federazione ha perso il proprio posto nel basket mondiale e che ora cerca pian piano di ritornare ai vecchi fasti.
Repubblica di Cina (o Taiwan o Chinese Taipei o che “politicamente” dir si voglia) – SBL
La Super Basketball League è la lega professionistica di Taiwan, composta da 7 squadre sponsorizzate dalle più disparate aziende del paese è stata fondata nel 2003.
Anche nell’isola, come nella Cina continentale, il basket va alla grande; qui però si sente molto il problema dell’altezza dei giocatori che raramente superano i due metri, se non il metro e novanta.
Le squadre nazionali non hanno mai vinto nulla di rilevante. Il risultato migliore sono due argenti ai campionati asiatici maschili negli anni ‘60.
Questi due paesi non hanno mai schierato giocatori in NBA, ma la lega americana rivolge attenzioni anche a questa parte del mondo tramite le sue tournee, vista la passione per the game che richiama migliaia di spettatori ad ogni visita dei campionissimi.
Filippine – PBA e ASEAN Basketball League
Nell’arcipelago delle Filippine la pallacanestro è lo sport nazionale, giocato sia a livello amatoriale che professionistico è amato e praticato dai più.
Esistono due campionati professionistici nel paese: la Philippine Basketball Association, la lega professionistica del paese fondata nel 1975, e l’ASEAN Basketball League, una sorta di Lega Adriatica del sudest asiatico fondata nell’ottobre di quest’anno.
La PBA è composta da 11 squadre che giocano tre conference, da non intendersi come le conference NBA, sono invece una sorta di coppe che vengono giocate dalle varie squadre del paese. Chi vince una conference viene premiato come campione di lega, la All-Filippino Conference è la conference più prestigiosa.
smart-gilas teamUn sistema un po’ perverso che ricorda l’organizzazione del campionato di calcio argentino, ma con cui non combacia.
L’ASEAN Basketball League è invece una lega composta da 6 squadre, una per paese, provenienti da Filippine, Indonesia, Brunei, Malesia, Singapore e Thailandia.
È molto interessante il progetto lanciato dalla federazione filippina per il rilancio della nazionale in ottica Londra 2012. Nella PBA gioca infatti la Smart Gilas, una squadra composta di soli giocatori appetibili per la nazionale filippina (anche stranieri con possibile passaporto filippino futuro). Allenata dall’ex allenatore dell’Iran e di varie nazionali giovanili Jugoslave Rajko Toroman (Serbia). In NCAA sono numerosi i giocatori con passaporto filippino, alcuni già nel mirino della Smart Gilas.
La squadra viene allenata con metodi europei e di recente ha partecipato ad uno training camp a Las Vegas dove hanno avuto l’occasione di battere i Las Vegas Aces, squadra della moderna ABA.
La nazionale filippina maschile è la nazionale asiatica ad aver raggiunto il risultato migliore nella storia dei mondiali di basket, nel 1954 conquistò il terzo posto guidata da Carlos “Big Difference” Loyzaga, vero eroe nazionale.
In campo maschile contano 4 partecipazioni ai mondiali (ultima nel ‘78), 7 partecipazioni alle olimpiadi (ultima nel ‘72) e 5 titoli asiatici (ultimo nell’86). In campo femminile non si può dire altrettanto, mai qualificate né ai mondiali né alle olimpiadi e appena un quarto posto ai campionati asiatici.
Un paese insomma che ha dato tanto al basket asiatico, ma che a causa anche di scontri all’interno della federazione ha perso il proprio posto nel basket mondiale e che ora cerca pian piano di ritornare ai vecchi fasti.
Repubblica di Cina (o Taiwan o Chinese Taipei o che “politicamente” dir si voglia) – SBL
La Super Basketball League è la lega professionistica di Taiwan, composta da 7 squadre sponsorizzate dalle più disparate aziende del paese è stata fondata nel 2003.
Anche nell’isola, come nella Cina continentale, il basket va alla grande; qui però si sente molto il problema dell’altezza dei giocatori che raramente superano i due metri, se non il metro e novanta.
Le squadre nazionali non hanno mai vinto nulla di rilevante. Il risultato migliore sono due argenti ai campionati asiatici maschili negli anni ‘60.
Questi due paesi non hanno mai schierato giocatori in NBA, ma la lega americana rivolge attenzioni anche a questa parte del mondo tramite le sue tournee, vista la passione per the game che richiama migliaia di spettatori ad ogni visita dei campionissimi.
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